Il primo nucleo di pistoia sorse su una specie di terrazzo alluvionale formato dai depositi creati dal torrente Ombrone. Se è vero che questo iniziale insediamento romano (forse prima accampamento, poi villaggio, infine certamente oppidum, cioè cittadella fortificata) nacque per appoggiare le truppe in occasione delle guerre liguri (II sec. a.C.), non si possono negare precedenti passaggi di popolazioni ed etnie diverse.
Per molto tempo si è esclusa ogni presenza degli Etruschi, ma tre recenti reperti di questa civiltà hanno riaperto la questione. L'ultima e più convincente interpretazione tende ad accreditare una presenza etrusca anche nella zona pistoiese, a partire dal VI sec. lungo un itinerario transappenninico, una via di penetrazione per raggiungere i centri di Misa, Felsina (Bologna), Modena, Mantova, Parma, Piacenza e sull'Adriatico Spina, Adria, Ravenna e Rimini.
Ma Pistoia non doveva esserci ancora all'epoca del passaggio di Annibale dalla pianura dell'Ombrone durante la seconda guerra punica. Con i primi decenni del II sec. i Romani iniziarono le guerre liguri, per impadronirsi del territorio montagnoso (l'Appennino pistoiese appunto) occupato da queste bellicose popolazioni. L'ultima battaglia, quella decisiva con cui il console Flaminio battè i Liguri Friniati, è del 176 a.C.: Pistoia doveva essere già nata.
Anche il nome (Pistorium o Pistoria o ancora Pistoriae: tutti toponimi documentati) accredita questa ipotesi, perchè viene fatto risalire a coloro che impastavano il pane (pistores) per rifornire le truppe, tanto che Plauto, in un noto passo di una sua commedia, poteva a buon diritto scherzare sul doppio senso del nome attribuito ai pistoiesi: abitanti di Pistoia e fornai.
Abbastanza presto la località acquistò importanza a causa della Via Cassia che la attraversava. Iniziò anche, nel territorio pistoiese, la centuriazione romana e si diffusero i numerosi toponimi che ancor oggi si rilevano. Sallustio racconta della vicenda di Catilina, il quale rimase stretto fra due legioni regolari e dovette accettare - proprio sui monti di Pistoia - la battaglia che gli costò la vita nel 62 a.C.
Nel centro di Pistoia restano poche tracce dell'epoca romana: un tratto pavimentato della Via Cassia, trovato nell'angolo nord ovest di Piazza del duomo in un saggio di scavo; le rovine della villa di età imperiale di un dominus locale in Piazza del Duomo, nel tratto compreso fra il Palazzo comunale, il campanile ed il lato nord; le tracce murarie (sempre di età imperiale) nel sottosuolo del Palazzo del Vescovo, cioè della costruzione che chiude a sud la stessa piazza. Oltre a quanto citato finora qualche moneta, qualche frammento d'opera, qualche avanzo di anfora vinaria. La cittadella romana non ci ha tramandato altro, a dimostrazione della sua esistenza.
Proprio dalla villa di Piazza del Duomo abbiamo indirette notizie di un disastro che coinvolse Pistoia e probabilmente le procurò vaste distruzioni, tanto da alterare l'originario assetto squadrato dell'oppidum romano: il passaggio degli Ostrogoti, con a capo Radagaiso (406 d.C.). A quel periodo risalgono le tracce di un vasto incendio che distrusse anche la villa romana di piazza del Duomo. Pistoia fu sommersa e perse il proprio assetto originario e la propria impronta di cittadella romana. Ci deve essere stata una ricostruzione, in concomitanza con la diffusione del cristianesimo: sappiamo che alla fine del V sec. (quindi dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, 476 d.C.) Pistoia aveva un suo vescovo. Poi fino alla metà del VI sec. (termine delle guerre gotiche con la vittoria dei Bizantini) la città e il suo territorio condivisero la non facile situazione di tutta la Tuscia.
Con l'ordinamento dei Bizantini, Pistoia ebbe la sua iudicaria, la circoscrizione territoriale affidata allo iudex, capo politico, amministrativo e giudiziario. Anche il vescovo, secondo le disposizioni di Giustiniano, aveva incarichi pubblici nella diocesi, che poteva essere territorialmente coincidente con la iudicaria.
Ma già incombevano i Longobardi, che nell'Italia centrale avevano occupato Lucca nel 572. Ci vollero circa vent'anni per superare una linea fortificata bizantina sul Serravalle; ma poi i guerrieri di razza germanica tracimarono e presero Pistoia, dando luogo, per oltre due secoli, ad una ben lunga occupazione, significativa in termini di potere e di caratterizzazione etnica, che ha lasciato infatti tracce profonde nella storia locale. Allo iudex si sostituì il funzionario regio longobardo (il gastaldo) e Pistoia divenne un gastaldato con un territorio forse più ridotto rispetto alla precedente iudicaria. La politica dei Longobardi fu del resto, fin dal principio, quella dell'occupazione fisica dei territori, nella gestione dei quali si sostituirono con la forza agli originari proprietari romani, uccisi o cacciati. Essi posero ovunque i loro presidi, anche in montagna, in contrapposizione ai castelli bizantini; e la diffusione germanica è tuttora ben documentata dalla toponomastica.
L'affermazione di Pistoia come importante città longobarda si ebbe così con il crescere della sua importanza strategica contro i Bizantini, come l'oppidum romano si era imposto a tutela del confine con la Gallia. Certo fra la fine del VII sec. e gli inizi dell'VIII Pistoia era cinta da mura (questa prima cerchia, in alcune parti diversa e quindi più irregolare rispetto a quella romana, è ancora ben visibile dalla pianta della città o da una sua foto aerea), in cui si aprivano, ai punti cardinali, quattro porte e da cui iniziavano diverse strade di collegamento. A nord le principali vie transappenniniche: una per la valle della Brana, al passo della Collina (quindi verso Bologna); l'altra per le valli dell'Ombrone e della Lima, fino a raggiungere oltre il crinale appenninico (Passo della Croce Arcana) l'importante ospizio longobardo di Fanano (quindi per Modena). Ad est la strada deviava subito verso i monti e portava, lungo la Bure di Baggio, alla Badia a Taona per sfociare anch'essa nel bolognese; mentre la stessa proseguiva, nell'attuale territorio pratese, verso Firenze. Ad ovest, il tracciato della vecchia Via Cassia recava a Lucca.
Altri segnali certi dell'importanza di Pistoia in questo tardo periodo longobardo sono l'esistenza del gastaldo (che risiedeva nel luogo ancor oggi indicato con il nome longobardo di Sala), del vescovo e di una moneta aurea coniata in città: il tremisse pistoiese. Il periodo longobardo, insomma, lasciò vistose tracce nei modi di messa a coltura della terra, nelle misure, in certi vocaboli rurali (per esempio greppia, panca, spanna, stecco, trogolo), nella toponomastica (sono di origine longobarda, per esempio, i nomi del lago Scaffaiolo, sul crinale appenninico; la pieve di Spannarecchio a Bussotto; la Via di Cafaggio a Chiazzano; la fontana a Troghi, nel versante lucchese dell'Appennino) e negli istituti giuridici che sopravvissero per lungo tempo.
Alla dominazione longobarda, nel IX sec., subentrò quella franca. I nuovi arrivati, tuttavia, convissero con i precedenti; Pistoia appare come una città germanica nella quale solo l'uso del latino, ormai lingua ufficiale dell'Europa unificata sotto Carlo Magno, costituiva l'elemento di raccordo con il passato e con la civiltà romana. Man mano che divenne più labile nel vasto territorio dell'impero il potere degli imperatori carolingi, e si affermò quello dei signori locali (i conti), si passò da una struttura politica centrale ad un mosaico di potentati locali; si affermò così l'economia curtense (cioè della curtis), di carattere chiuso ed autarchico. Siamo già nel periodo feudale, nel quale anche Pistoia seguì il destino del mondo occidentale. I principali conti che si spartirono i possessi territoriali pistoiesi furono i Guidi ed i Cadolingi, presenti anche in altre località della Tuscia, ma che in Pistoia sembrano essere stati alternativamente incaricati del potere comitale dagli imperatori.
Il primo millennio si chiuse con una certa ripresa demografica, economica e sociale riguardante anche Pistoia, dopo un lungo periodo di lotte e di uccisioni: la città e il territorio, infatti, dovevano aver subito anche i danni di un'invasione ungara. Il secondo millennio si aprì con la morte, proprio a Pistoia, del marchese di Tuscia, rappresentante dell'imperatore: ed anche quest'ultimo (il giovane Ottone III) scomparve subito dopo. Così, prima ancora della lotta delle investiture, si ruppe quella sorta di equilibrio che si era imposto fra i due potentati del mondo altomedioevale (l'impero ed il papato, rappresentati dal marchese e dal vescovo). Questo processo portò, infine, all'acquisto dello spirito autonomistico e alle forme di autogoverno comunale. Un recente studio ha dimostrato che possiamo intravedere nei boni homines (citati nei documenti pistoiesi quali consiglieri nei giudizi del vescovo ed appartenenti ai ceti elevati della società locale), gli antesignani di quel "futuro ceto dirigente che potrà in seguito rappresentare la comunità urbana in una situazione di progressiva autonomia". Il primo documento che ne fa menzione come una vera e propria magistratura cittadina, quella dei consoli, è del 1105; il primo statuto pistoiese è stato di recente datato al 1117. Pistoia inizia così, in anticipo rispetto a molte città d'Italia, la sua esperienza di libero comune.
Con il XII sec. la città, ingrandita per l'inurbamento di numerosi abitanti della campagna (si posero così le basi dei ceti cittadini degli artigiani, commercianti, banchieri) fu cinta da nuove mura: la seconda cerchia quadruplicò la superficie urbana, coincidendo solo in un tratto (sul lato nord) con quella altomedioevale. Fra la fine del secolo e l'inizio del successivo, Pistoia acquistò anche la connotazione di un vero stato territoriale, superando con il proprio disctrictus (termine descrittivo dell'avvenuta occupazione e sottomissione alle proprie leggi) l'angusta fascia antemuraria prima esistente. Il territorio comprese la montagna fino a Sambuca (pistoiese fin dal 1219), la val d'Ombrone, la Valdinievole. I confini coincidono più con quelli della diocesi che con quelli dell'attuale provincia. Tuttavia già si delineavano quelle discordie interne e quei contrasti con i potenti vicini che avrebbero portato alla decadenza della pur ricca e forte città, fino a ridurla in balìa di Firenze.
Si può dire che fin dall'inizio ci fu contrasto fra nobili e popolo per la scelta della magistratura cui affidare il comando: i primi preferivano il podestà (eletto per la prima volta nel 1158), evidentemente uomo di loro espressione; i secondi puntavano sui consoli. Per molti decenni le due forme di governo si alternarono, a riprova dei contrasti fra i due ceti. Inoltre la floridezza di Pistoia, città in cui era rapidamente cresciuta la classe mercantile, quella dei cambiavalute e dei banchieri (le loro più illustri casate furono i Chiarenti, gli Ammannati, i Visconti, i Reali, i Panciatichi, i Cancellieri), dava noia a Firenze, anch'essa in fase di espansione economica. Infine la grande politica, quella che contrapponeva papato ed impero, e che si sostanziava in ambito locale nei partiti dei Guelfi e Ghibellini (e poi dei Bianchi e dei Neri), teneva stretta anche Pistoia in un gioco non facilmente dominabile, in cui si innestavano (elemento costante della storia pistoiese) le contese fra le grandi famiglie cittadine.
Per tutta la seconda parte del XIII sec. Pistoia tentò a più riprese di scrollarsi di dosso l'influenza della potente vicina, Firenze, alla cui egemonia dovette infine soccombere. La stessa presa di posizione filoghibellina della Lega fra Siena, Pisa e Pistoia (1251) va vista soprattutto nella logica di una rivendicazione contro Firenze, nel frattempo divenuta guelfa, e quindi come tentativo di contrastare l'espansionismo del più forte comune toscano. Pistoia, pressata a sud da Firenze ed a nord da Bologna, fu costretta ad una prima pace nel 1254; tentò la rivincita dopo Montaperti (che fu una grande vittoria ghibellina), ma dovette ben presto accettare la parte guelfa, vincitrice dopo Benevento (1266) e tornata padrona di Firenze. In città le famiglie più ricche e potenti non si davano pace l'un l'altra; per queste continue lotte intestine e per alcuni episodi che devono aver suscitato sdegno generale (per esempio il furto sacrilego di Vanni Fucci), Pistoia si acquistò quella fama sinistra che riecheggia nella nota invettiva dantesca: "Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi / d'incenerarti si che più non duri, / poi che in mal fare il seme tuo avanzi?".
Con gli inizi del '300 e la vittoria dei Neri in Firenze e in Toscana, la sorte di Pistoia (rimasta di parte bianca) era segnata. Le fu posto un assedio che durò, fra il 1305 ed il 1306, ben undici mesi; e poiché la città era ben difesa dalle mura fu presa per fame dopo lunghe sofferenze e ripetute atrocità.
In altre occasioni, nel corso dello stesso secolo, Pistoia cercò riscatto: e passò dai tentativi di signoria da parte di famiglie magnatizie, al potere di Castruccio CAstracani, signore di Lucca. Sempre ritornando, però, nell'ambito fiorentino che si concretò nella "balìa" (una forma particolare di controllo politico). Intorno alla metà del secolo, e per pochi anni, sembrò perfino aver riconquistato la propria autonomia, in concomitanza ad un momento di debolezza di Firenze; ma ancora una volta le discordie fra le famiglie magnatizie ne minarono dall'interno la forza.
Sulla società pistoiese, come su tutta quella europea, con particolare virulenza rovinò nel 1348 la "peste nera", che scavò vuoti demografici (ci vollero circa cento anni per colmarli), fece decadere economia e territorio, creò un profondo stato di malessere sociale ed un pesante clima psicologico per il "castigo" che era stato inflitto alla comunità.
L'ultimo atto della secolare contesa fra Pistoia e Firenze si consumò il 10 settembre 1401, quando con una vera e propria manovra militare il palazzo comunale pistoiese fu occupato dalle truppe di Firenze. Ebbe fine così, con un balenar di spade sguainate, l'autonomia di Pistoia, già da tempo più fittizia che reale.
Da allora Pistoia fu un semplice satellite nell'orbita fiorentina. Firenze estese in modo capillare il suo controllo su tutti i gangli della vita pubblica e privata: mandò suoi uomini al governo della città e delle quattro "podesterie" in cui era stato suddiviso l'antico districtus; estese a Pistoia, per scopi fiscali, il catasto del 1427 con la possibilità di tassare in modo "scientifico" gli assoggettati al suo dominio. Anche la diocesi di Pistoia fu sottomessa a quella fiorentina; e da allora la gran parte dei vescovi pistoiesi vennero da Firenze.
Ma le lotte fra le grandi famiglie in città non erano sopite: anzi, con il trionfo fiorentino e con l'avvento dei Medici, quelle che avevano favorito il nuovo corso (i Panciatichi) erano in auge e tenevano il piede sul collo degli avversari (i Cancellieri). Così i primi ebbero il controllo sulla produzione e lavorazione del ferro, su cui il regime mediceo impose una sua privativa. Dopo che Firenze si fu liberata dei Medici nel 1494 ( per la pavida azione del figlio di Lorenzo il Magnifico, Pietro, che aveva tenuto un comportamento rinunciatario nei confronti di Carlo VIII), i Cancellieri cercarono la loro rivalsa: e le lotte intestine ripresero con immutata virulenza. La Repubblica fiorentina dovette addirittura inviare il Machiavelli (1501) per vedere di capire qualcosa delle turbolente vicende pistoiesi. Tutto il periodo compreso fra la seconda metà del XV secolo e la prima del XVI registrò un rifiorire delle partigianerie e delle feroci lotte fra famiglie. Quando i Medici tornarono, il duca Cosimo I (uomo di indubbio polso) tagliò la testa al toro: sottopose per dieci anni Pistoia al diretto potere centrale (1538) eliminando così, anche formalmente, ogni barlume di autonomia locale.
Del resto diversi anni dopo, nel 1570, Cosimo I chiese una relazione sulle cose di Pistoia; gliela inviò il commissario fiorentino Giovan Battista Tedaldi, il quale aveva compreso che i Pistoiesi " ... malvolentieri stieno sotto il giogo, che deano giustamente portare"; ma aggiungeva: "sono soprattutto attenti ai loro interessi" e " ... si dolgono che sono state tolte l'entrate, e legate loro le mani, di sorte che non possono maneggiare per un sol pezzo d'arme... Avari, sospettosi, adulatori, altieri, superbi, vendicativi, inquieti e vaghi sempre di veder cose nuove": questa la descrizione del commissario. Si coglie subito la consueta diffidenza del fiorentino verso i turbolenti vicini; con qualche preoccupazione conservatrice, forse anche giustificata nel momento in cui sembra affacciarsi l'ipotesi che il giogo fiorentino sarebbe pesato meno se certi pistoiesi fossero stati liberi di sgozzarsi.
Nel '600 la Toscana perse ogni importanza sullo scacchiere europeo; Pistoia era ormai estrema periferia. Tre soli fatti devono essere citati fra gli avvenimenti del secolo: nel 1630-31 passò anche da Pistoia la pestilenza descritta dal Manzoni ne I Promessi Sposi; nell'autunno del 1643 le truppe papaline di Urbano VIII assalirono il Granducato di Toscana. Le truppe assalitrici, provenienti dai territori papalini di Bologna, investirono Pistoia ma furono dai pistoiesi sanguinosamente respinte. Infine nel 1667 Pistoia ebbe la soddisfazione di vedere eletto al soglio pontificio un cardinale di origine cittadina: Giulio Rospigliosi, con il nome di Clemente IX.
Con l'avvento dei Lorena (Giangastone, l'ultimo granduca mediceo, morì nel 1737), soprattutto durante il regno illuminato di pietro Leopoldo, Pistoia (come tutta la Toscana) dette segni di riscveglio per i frutti del buon governo. Riforme amministrative (la nascita delle quattro "cortine" corrispondenti alle porte cittadine), viabilità (basti rammentare la grandiosa opera della strada per Modena, attraverso il passo dell'Abetone, che fu completata nel 1781), promozioni economiche e bonifiche (fra cui quella del padule di Fucecchio) contrassegnarono questo periodo.
La città, inoltre, fu protagonista, nel 1786, di quel Sinodo diocesano che il vescovo Scipione de' Ricci tenne proprio in una chiesa pistoiese. E' stato detto, a posteriori, che fu un tentativo "preconciliare" o un modo per affermare (in accordo con il granduca, che stimava il vescovo di Pistoia e Prato) le nuove idee gianseniste. certo è che i Pistoiesi non colsero la portata innovativa dell'avvenimento, e del resto lo stesso pontefice condannò più tardi le decisioni sinodali.
Nel periodo della dominazione francese, quando la Toscana fu amministrativamente riorganizzata (1808) in tre dipartimenti (detti dell'Arno, del Mediterraneo e dell'Ombrone), ognuno dei quali governati da un Prefetto, Pistoia - aggregata al primo Dipartimento - fu sede di Sottoprefettura. Nel 1814 ci fu la restaurazione lorenese ed anche l'assetto amministrativo cambiò; ma una vera e propria modifica si ebbe con il decreto di Leopoldo II del 1848 che, nel quadro di una profonda riforma, promosse Pistoia a capoluogo di Compartimento e la dotò di una Prefettura: quel tipo di dignità amministrativa che oggi riconosciamo alla Provincia.
Appena tre anni dopo, però, Pistoia fu degradata a Sottoprefettura; e gli storici locali hanno sempre sostenuto che ciò fu fatto per punirla dei suoi sentimenti unitari.
Ci furono infatti in Pistoia, nel periodo risorgimentale, moti contro gli Austriaci (che erano entrati in città alla metà del 1849, in aiuto dei Lorena). Quando il fascismo nel 1927 comprese Pistoia fra le nuove Province "create dal Duce", si rifece a questa fama di italianità e di resistenza allo straniero e rappresentò l'elevazione a Provincia come una "riparazione alla piccola vendetta granducale". In realtà il fascismo pistoiese, nel quale erano rimaste beghe interne oltre il limite della "normalizzazione" seguita alla conquista del potere, stentava ad entrare nelle simpatie popolari: e l'elevazione a Provincia, con una simile motivazione, fu un buon motivo propagandistico.
Ma siamo ormai arrivati, con la Provincia di Pistoia, alla storia più recente, in una fase in cui, con l'Ente Regione, si cerca il non facile accordo che una programmazione "policentrica" dovrebbe promuovere fra più soggetti.
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